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rinnovabiliRoma, 6 mag. – (Adnkronos) – Sul fronte delle trasformazioni ‘green’ dell’economia, l’Italia supera la Germania, tradizionalmente considerata il campione in questo settore. Nel 2014 la Penisola emerge, sotto tutti i profili, come un Paese che consuma meno risorse, meno energia e produce meno emissioni. In Italia la produttività di risorse (Pil in rapporto alla quantità di materia consumata) è infatti migliore del 10% rispetto alla Germania e del 26% rispetto all’Ue; le emissioni pro capite di Co2 sono inferiori del 23% rispetto a quelle tedesche e del 15% rispetto alla media Ue.

Lo rileva Ambiente Italia 2014, rapporto annuale di Legambiente, realizzato in collaborazione con l’Istituto Ambiente Italia, quest’anno dedicato all’Ambiente in Europa, che verrà presentato domani a Roma. Secondo il rapporto, i consumi procapite di energia, sempre rispetto a Germania e Ue, sono rispettivamente inferiori del 32% e del 19%; l’intensità energetica (consumi di energia rispetto al Pil) è inferiore del 10% rispetto a quella tedesca e del 14% rispetto alla media Ue.

Risultati raggiunti in maniera ”inconsapevole”, rileva lo studio, cioè senza una precisa scelta strategica e lungimiranti politiche ambientali, ma grazie alla capacità di massimizzare l’impiego delle risorse, consumando meno energia, producendo da fonti rinnovabili, aumentando il riciclaggio di rifiuti nell’industria, adottando stili di vita sostenibili. Restano però alcuni punti deboli: occupazione, mobilità privata, diseguaglianza sociale, rifiuti urbani, abusivismo edilizio.

Il rapporto è suddiviso in due parti: la prima, a cura di Roberto Della Seta, approfondisce le ragioni storiche e culturali che hanno portato alla “quasi” scomparsa in Italia dei Verdi dalla scena politica. La seconda parte del volume, curata da Duccio Bianchi, analizza invece la grande crescita inconsapevole dell’economia verde italiana, che sta avvenendo nonostante l’indifferenza della politica, confrontando il sistema economico italiano con quello tedesco.

”L’Italia – dichiara Duccio Bianchi, dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia – deve questo primato a diverse ragioni: la prima è la rapidità con cui l’industria italiana, in presenza di una forte crescita dei prezzi energetici dopo il 2005, ha adottato una serie di misure di efficienza a cui non aveva fatto ricorso negli anni di bassi costi. La seconda è la presenza di un sistema di ricchi incentivi alle rinnovabili, la terza è la crescita del riciclo nel comparto siderurgico, nella produzione di metalli, nel settore cartario o vetrario che riduce le estrazioni di materie prime”.

Infine, “la quarta è legata alla struttura dei consumi finali delle famiglie più orientati sui consumi immateriali che sui beni materiali”, conclude Bianchi. Green economy italiana in crescita, dunque, “nonostante una politica nazionale miope e spesso contradditoria come il decreto sulle rinnovabili che il governo sembra voglia adottare – sottolinea Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente – La green economy rappresenta una risposta e un’opportunità straordinaria per uscire dalla crisi economica. Le esperienze virtuose e i risultati ottenuti con la rivoluzione energetica, la diffusione degli impianti fotovoltaici, il biologico, l’agricoltura di qualità, la mobilità ciclistica indicano che il Paese è sulla buona strada”.

Per questo Legambiente lancia un appello al premier Renzi affinché il governo decida di puntare in maniera decisa sulla green economy per rilanciare l’Italia sostenendo produzioni, regole, stili di vita in grado di costruire un benessere materiale e sociale buono per tutti. Ma una sfida importante si gioca anche in Europa, con il semestre italiano di presidenza Ue e le imminenti elezioni europee di fine maggio.

“Quello che serve è un green new deal europeo per lo sviluppo di una nuova economia, basata sul risparmio di risorse, sull’efficienza, sulla ricerca e innovazione, sulla coesione sociale, l’accoglienza, la valorizzazione dell’agricoltura di qualità – continua Cogliati Dezza – Il prossimo Parlamento Europeo si troverà ad affrontare problemi non più irrinunciabili e a disegnare un nuovo profilo dell’Europa, superando le scelte ideologiche dell’austerity, rivedendo l’impostazione stessa del bilancio comunitario e costruendo le condizioni per garantire una reale partecipazione dei cittadini”.