Rubrica a cura di Alessandro Marata

obiettio_impatto_zeroThe Zero Marginal Cost Society è il titolo del suo ultimo prodotto editoriale, ma sarebbe riduttivo parlarne solo in questi termini.

Jeremy Rifkin non è uno scrittore, non è uno scienziato, non è un politico. Si può dire che sia un po’ tutte queste cose mescolate sapientemente insieme al fine di creare una figura di riferimento a mezza strada tra un guru e un consigliere del principe. Una figura che periodicamente individua slogan intelligenti ed attrattivi, cavalcando i quali attraversa mezzo mondo pagato come una star del mondo dello spettacolo. Un esperto comunicatore, un divulgatore del quale è difficile non condividere gli stimoli e le considerazioni, un advisor molto richiesto e di successo.

Una delle sue recenti apparizioni in Italia, sicuramente la più importante, è avvenuta a Venezia nel luglio scorso, quando è stato chiamato dal governo italiano e dal commissario europeo per l’Agenda Digitale a introdurre la conferenza di presentazione del semestre italiano all’Unione Europea. Nel suo intervento Rifkin ha discettato sui Collaborative Commons, lo Zero Marginal Cost Phenomenon, l’Internet of Things, la Net Neutrality. Il tutto per porre l’attenzione sul come la società contemporanea potrà abbracciare, se lo vorrà fare, la Terza Rivoluzione Industriale.

Quello della terza rivoluzione industriale è un tema molto interessante che Rifkin ha proposto in termini intellettuali oramai diversi anni fa e che, con il passare del tempo, diventa sempre più attuale. In questa conferenza, ad esempio, ha posto in evidenza il nuovo paradigma economico: quello dei Collaborative Commons che, attraverso l’economica della condivisione, ha superato sia il socialismo di origine marxista che il capitalismo, in tutte le loro possibili accezioni.

I consumatori che consumano si stanno trasformando sempre di più in consumatori che consumano e producono. I nuovi Prosumers, che si possono considerare piccole imprese private, implementano la ricerca sull’innovazione tecnologica, che consente un aumento della produttività la quale, a sua volta, permette una diminuzione dei costi e un allargamento della base dei clienti. Tutto questo porta il costo marginale praticamente vicino allo zero, con una diffusione che avviene a grandissima velocità per mezzo delle nuove piattaforme della comunicazione di massa.

Anche quello che viene definito ormai comunemente l’internet delle cose muterà con grande velocità ed in modo irrevocabile l’organizzazione e la qualità della vita dell’homo consumer. I tre attori principali del web, il settore pubblico, quello privato e la società civile stanno modificando i loro ruoli e le loro competenze, con conseguenze pericolose in termini di neutralità della rete e di aumento della forbice tra monopolizzazione e la democratizzazione diffusa della base.

I cittadini europei costituiscono un bacino di utenza di diverse centinaia di consumatori produttori per i quali la creazione di una piattaforma digitale condivisa per l’internet delle cose potrebbe rappresentare una spazio importante per i servizi legati all’economia digitale. Tutto ciò, sostiene Rifkin, con evidenti vantaggi sociali ed economici per tutta la comunità che, nel giro di un quarto di secolo, potrebbe veder realizzata anche l’Unione Europea Digitale.

Cosa c’entra tutto ciò con l’architettura e lo sviluppo sostenibile? Il nesso sta, ad esempio, nella diffusione e nella affermazione del concetto di autosufficienza energetica. Come ogni cittadino potrà, Rifkin lo dice oggi, autocostruire una miriade di oggetti tramite la tecnica della stampa 3d, così ogni edificio, questo lo dice da molti anni, deve diventare utilizzatore di tecnologie innovative e produttore di energia da fonti rinnovabili per sé e per gli altri, nella direzione che la normativa comunitaria indica quando parla di edifici a energia quasi zero. Gli NZEB non devono essere solo edifici che consumano poco in termini di risorse energetiche e naturali. Devono essere luoghi nei quali è possibile anche produrre energia in surplus da immettere in rete, devono utilizzare tecnologie ad emissione zero, devono essere didattici e trasparenti nel loro funzionamento, devono tendere all’utilizzo di materie prime seconde. Tutto ciò produrrà indubbi vantaggi in termini di benessere sociale, comfort abitativo, creazione di nuovi posto di lavoro, qualità delle città esistenti. Quest’ultimo punto è di particolare rilevanza ed attualità perché la questione della riduzione del consumo del suolo e della rigenerazione della città rappresenta il tema strategico dei prossimi decenni. Intervenire in modo innovativo e condiviso sui milioni di edifici ammalati, a volte moribondi, che costituiscono le città nelle quasi vive oltre mezzo miliardo di cittadini europei, è un dovere, un diritto, una priorità sia per il settore pubblico che per quello privato. Le infrastrutture digitali e l’economia condivisa rappresentano un formidabile strumento per la diffusione di una cultura non solo più efficiente e sostenibile, ma anche di una visone del vivere, del lavorare e dell’abitare più accettabile e giusta. A questo inesorabile processo si è arreso persino il continente cinese, comprendendo che una rivoluzione, come un fiume, non si può fermare, ma attraverso e grazie alla sua energia, può generare un cambiamento che, seppur denso di pericoli, può condurre ad una maggiore felicità e ad una migliore democrazia.

Zero costi marginali, zero consumo del suolo, zero energia, zero inquinamento, zero ingiustizie, zero spreco. Il meno è il più.