Rubrica a cura di Angelo Luigi Camillo Ciribini

bimLa presenza della H di Heritage nell’acronimo BIM ha consentito di affrontare, nell’ambito di un PRIN coordinato e diretto da Stefano Della Torre (Politecnico di Milano), il tema della Digitalizzazione dei Beni Culturali Immobiliari.
Numerosi sono stati i casi di studio affrontati, cosicché gli Interventi sul Costruito sono esaminabili oggi più proficuamente nell’ottica della Digitalizzazione, come avviene anche altrove (nel Regno Unito come in Irlanda, in Francia come in Germania, nei Paesi Bassi come nei Paesi Scandinavi), ove i temi sono trattati sotto l’egida di un H-BIM, laddove l’Heritage funge da prefisso, piuttosto che essere parte integrante dell’Information Management.
Già sotto il profilo della Modellazione Informativa, dell’Information Modeling, si era intuito come la valenza epistemologica della questione fosse intrigante e ambigua, poiché, tutto sommato, paradossalmente, il BIM Surveying, vale a dire, la conoscenza analitica degli elementi visibili del Bene Immobiliare Culturale, non solo richiedevano che la M di Geometria fosse integrata «manualmente» dalla I di Esiti di Analitiche Strumentali, di Indagini Archivistiche, e così via, ma anche che la possibile, attesa e relativa conversione «oggettiva» delle nuvole di punti in oggetti parametrici si dovesse confrontare, ad esempio, con l’interpretazione «soggettiva» della concezione strutturale o con l’unicità che la materia signata conferiva agli elementi originariamente ripetitivi.
Non dimentichiamo, peraltro, che la Digitalizzazione ha etimologicamente un nesso forzato con la Computazionalità.
I risultati del PRIN non terminano ovviamente, qui, a cominciare dall’impiego del «BIM aspirato» nella programmazione logistica e temporale del cantiere e da altre interessanti applicazioni: ma a rilevare maggiormente sono le tematiche che potenzialmente sorgono dalla conclusione del Programma di Ricerca.
In primo luogo, la «semi-automazione» delle procedure inerenti ai Percorsi Autorizzativi, oggi di straordinaria sensibilità, in virtù della controversa Riforma della Struttura Organizzativa degli Organi di Tutela e di quella, correlata, della Amministrazione Pubblica.
In secondo luogo, la centralità che la Simulazione dei Servizi erogabili e dei Comportamenti ammissibili nel Bene Culturale Mobiliare e Immobiliare assume in funzione del Partenariato Pubblico Privato e del gioco sottile che intercorre tra Fruizione e Tutela.
Ma è, naturalmente, la Valorizzazione, intimamente legata alla nozione di Distretto Culturale, di cui Stefano Della Torre è fine studioso, a concludere questa breve elencazione.
Il punto è che il Restauro nasce operativamente – trascurando intenzionalmente il filone britannico – tra le ultime decadi del Settecento (si pensi al Duomo di Colonia) e le prime dell’Ottocento (si pensi a interpreti francesi diversi da Viollet, come Paul Abadie che ne regolarizzano il professionalismo), in seguito alla presa di coscienza del distacco storico da parte di Conoscitori e Antiquari nata già nel Seicento con le spedizioni in Medio Oriente, oltre che in Grecia e in Italia.
Ciò significa che la storicizzazione e la corrispondente tassonomia possono certo avere strette connessioni con le teorie e con le storie, appunto, dell’arte, ma, almeno nell’Ottocento francese attengono, anzitutto, alla politica: si pensi a Guizot.
Sotto questo profilo, a parte la tradizione «letteraria» britannica, ripresa, poi, in Italia da una cultura «archeologica» nel Primo Novecento, nonché da una felice intuizione di alcuni studiosi e operatori nell’ultimo scorcio di secolo, provocatoriamente si potrebbe affermare che la storia del Restauro sia una vicenda di «manipolazioni» ricostruibile tramite il Reverse 4D (senza scomodare gli strati di sacrificio): dal diradamento alla ricostruzione, dal Sant’Andrea di Vercelli dell’Arborio Mella alla Ricostruzione del Castello di Berlino.
Ecco allora che la Digitalizzazione, con la Realtà Immersiva e con la Realtà Aumentata (Inventata?), potrebbe conciliare, rendere compatibile, una cultura sofisticata della Tutela, come quella Italiana, con il desiderio, non solo ludico, di altre culture Europee ed Estraeuropee ( si guardi all’House of the Temple in Washington D.C.) che prediligono la «rimessa in pristino» o la «rimessa in efficienza».
Rendere virtuale con il Digitale, in presenza o in remoto, la manomissione consente di preservare l’Analogico.
Ma anche, sensorizzando quest’ultimo e relazionandolo al proprio Modello Informativo, esso permette di coglierne l’Evoluzionalità.

Angelo Luigi Camillo Ciribini, DICATAM, Università degli Studi di Brescia